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LECCE, la città del Barocco PDF Stampa E-mail
Scritto da Antonio   

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 Lecce in una veduta dello Zuccagni Orlandini (1845)

La città è sicuramente di origine messapica. Ce lo di­cono i più recenti ritrova­menti, i resti di mura che so­no sotto la cinta rinascimen­tale, i reperti conservati pres­so il locale Museo Provincia­le, ce lo rivela in modo evi­dentissimo il grande ipogeo (IV secolo a. C.) che in via Palmieri l, all'interno dell'a­trio del palazzo omonimo, è da sempre considerato il mo­numento più significativo della presenza messapica.
Che, come avviene per molti centri, si ricorra alla leggenda che vuole sia stato Malennio il mitico fondatore di Lecce, a sua volta rifonda­ta dal re cretese Diomede, è tradizione orale che si tra­manda da secoli. Certo è, però, che l'area sulla quale sorge la città era messapica e che la stessa è stata frequen­tata sin dall' antichità dalle stesse popolazioni che attra­versarono il Salento, dagli il­liri ai magnogreci.
I Romani, dopo aver sconfitto Taranto e i fieri Messapi, conquistano, nel III secolo a.c., tutto il Salento e quindi Lupiae e Rudiae, città, quest'ultima, dove era nato, nel 239 a.c., Quinto Ennio che, negli Annales, canterà sei secoli di storia di Roma a partire dall' arrivo di Enea sulle coste laziali.
La Lecce romana è visibile in non pochi monumenti cittadini come l'anfiteatro e il teatro, rispettivamente del I e del II secolo d.c.; i resti del porto di San Cataldo, la ma­rina leccese a undici km dal­la città, dove sbarcò Antonio nel 44 a. C. proveniente dall'oriente dovendo rientrare a Roma dopo l'uccisione di Cesare; le epigrafi, le statue, i numerosi reperti fittili che possono ammirarsi nel loca­le Museo.br> La città fu più spesso de­vastata: dall' ostrogoto Totila, dieci anni prima di essere sconfitto e ucciso nel 552 dal generale bizantino Narsete; poi dai pirati saraceni, dagli Unni, dagli Slavi.
Finito il potere bizantino nell'Italia meridionale e arrivati anche a Lecce i Norman­ni subito dopo il Mille, la città diviene contea con gli Altavilla di cui si ricordano soprattutto Accardo, per il mastio a lui attribuito all'in­terno del Castello di Carlo V, e Tancredi salito sul trono di Palermo nel 1190 per volere della nobiltà siciliana. Con gli Altavilla giungono in città i Benedettini: nel 1133 infatti fondano il convento di san Giovanni Evangelista prima, con Tancredi la chiesa dei santi Niccolò e Cataldo.
Morto Tancredi e suo fi­glio Ruggero, arrivano gli Svevi con Enrico VI, marito di Costanza d'Altavilla, alla quale, per diritto ereditario, sarebbe dovuto toccare il tro­no di Palermo, e iniziano scontri feroci con Sibilla, pri­mogenita di Tancredi. Ap­poggiata da Filippo II, re di Francia, Sibilla ritorna a Lec­ce con suo marito Gualtieri di Brienne.

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Tratto delle mura cinquecentesche

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San Cataldo, resti del porto romano - Le fortificazioni della città in una carta cinquecentesca

Dopo un' altra serie di lot­te per la conquista dell'Italia meridionale, sempre in ma­no a dinastie normanno-sve­ve, giunge, nel 1261 su invi­to del Pontefice, Carlo d'An­giò il quale riconsegna la Contea a Gualtieri IV di Brienne che rientra dalla Francia dove la madre lo a­veva trasferito sin da piccolo.
Gli successe il figlio Ugo, fedelissimo ovviamente di casa d'Angiò, al quale suc­cessero il figlio, Gualtieri V e, successivamente, il nipote, Gualtieri VI. Con i Brienne arrivano a Lecce i Celestini, che si vedono concedere la chiesa di Santa Croce. Sotto la contea dei Brienne fu edi­ficato il castello e, in provin­cia, la cittadina di Roca rasa successivamente al suolo dopo il sacco di Otranto del 1480.
Morto Gualtieri VI nel 1356 senza discendenti diretti, la contea va alla sorella I­sabella che, avendo sposato Gualtieri, della nobile fami­glia francese dei d'Enghien, porta in città una casata che lascerà traccia significativa ella sua presenza.
Dei d'Enghien viene ri­cordata soprattutto Maria, contessa di Lecce, poi, sia pur per breve periodo, regina di Napoli avendo sposato in seconde nozze il re Ladi­slao (1377 - 1414).
Maria d'Enghien (1367 ­1446) aveva sposato in pri­me nozze, nel 1385, Raimon­dello Orsini del Balzo, prin­cipe di Taranto, uno dei più potenti feudatari del Mezzo­giorno. Morto nel 1405 Rai­mondello, con un unico ere­de, Giovannanto-nio, gli am­pi possedimenti ereditati dalla moglie spingono Ladi­slao, per calcolo, a sposare Maria, la quale, rimasta per la seconda volta vedova, vie­ne imprigionata dalla sorella del re di Napoli, Giovanna. Maria riesce però a rientrare trionfante a Lecce, molto ben accolta dai suoi concittadini.
Di Maria d'Enghien si ri­cordano gli ordinamenti am­ministrativi, civili e penali raccolti nei suoi Statuti, ma si ricordano anche il buon governo e due opere impo­nenti che con il primo marito e il figlio lascia in città: la torre di Belloluogo e la torre del Parco.

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Torre del Parco - Torre di Belloluogo

Morto Giovannantonio Orsini del Balzo nel 1463, Ferrante d'Aragona, poiché la città diventa demaniale, concede a Lecce e ai suoi cittadini una serie di benefici: diviene centro tra i più im­portanti con uffici pubblici e giudiziari che avevano giurisdizione sulla terra d'Otrano e su Matera.
Colpita negli anni successivi  da epidemie e saccheggi, la città, tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, è allo stremo e anche la popolazione residente diminuisce sensibilmente.
Dopo il sacco di Otranto, vengono rafforzate le opere di difesa lungo la costa e nel­le città con la costruzione di nuove torri e di nuove mura: Lecce, nel 1539, si bastiona ulteriormente per volontà di Carlo V e il castello, riproget­tato da Gian Giacomo dell'A­caia, viene ampliato e reso più sicuro, alla luce anche delle armi da fuoco che ven­gono introdotte negli scontri proprio in quegli anni.
Con Carlo V la città rifio­risce, la vita riprende inten­samente, vivaci sono i com­merci, viva è l'attività cultu­rale, lo sviluppo urbanistico è notevole con la costruzione di chiese e palazzi. Lecce di­viene capoluogo della intera regione (1539) e in onore del­l'imperatore i leccesi erigono il grandioso Arco di Trionfo (1548) che per la imponenza si intravvedeva da molto lontano quando la città non si era ancora sviluppata ol­tre le mura.

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 Palazzo Gorgoni di via conte Gaufrido - Palazzo Marrese, particolare

Nella seconda metà del Cinquecento, dopo il Conci­lio di Trento, arrivano i Ge­suiti (1574) e i Teatini (1586), mentre sempre più notevole è la presenza in città di una attiva comunità ebraica e di commercianti veneti, geno­vesi, ragusei, greci.
Siamo ormai nel secolo del barocco. Un barocco, quello leccese, che non ha paragoni, non rispettandone i canoni, rispetto a quello che si svilupperà nelle altre città italiane. Di qui la definizione di "barocchetto" usata dagli storici dell' arte. Fantasiosi progettisti, valentissime maestranze locali, ingegnosi scultori, fanno a gara, su committenza ora ecclesiasti­ca, ora dell' aristocrazia e dei possidenti locali, per ornare cappelle, altari, per merlet­tare balconi, portali, menso­le, etc. I motivi decorativi so­no i più diversi, sempre co­munque stracarichi di ca­pricciose figure: dai puttini inseriti in bizzarre colonne tortili, a maschere con stra­vaganti berretti, con occhiali­ni, con tanto di baffetti, a ca­pitelli nella gran parte corin­zi sulle colonne angolari con su la statua del santo protet­tore della casata o con l'arma di famiglia. E poi tiare, pastorali, frutta, fiori: insomma, un' esuberanza di decorazio­ni che a volte ti rintrona. "Quest'aspetto festoso, addi­rittura orgiastico - scrisse Mario Praz - ha una certa af­finità con la pasticceria pitto­resca e coi fuochi d'artificio".

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Palazzo dei Celestini e santa Croce

Tutto questo fu possibile grazie al materiale lapideo disponibile in loeo, il cosid­detto leccisu, una pietra tene­ra, molto spesso tagliata nel­le cave che sorgevano nelle immediate vicinanze dell'a­rea urbana. Il leccisu è pietra tenera, dicevamo, quindi fa­cilmente lavorabile, che nel giro di pochi anni dalla posa in opera assume un colore giallino e si copre di una pa­tina che resiste molto bene nel tempo. Il barocco leccese infatti, tranne clamorosi casi, è resistito nei secoli ed oggi lo si può ammirare in tutta la sua bellezza attraversando col naso all'insù le strade del centro storico della città.
Ma il Seicento fu anche il secolo durante il quale il po­polo leccese si ribellò ai po­tenti del posto, così come al­le autorità costituite sia ec­clesiastiche che civili: i citta­dini, oberati com' erano dalla forte tassazione e dallo stato di povertà, reagirono facen­do eco alla rivolta napoleta­na di Masaniello (1647), e poi, ma siamo già nel secon­do decennio del Settecento, al vescovo Pignatelli il quale, costretto a scappare da Lecce per una rivolta popolare, e­manò l'interdetto. Sempre nel Settecento i leccesi, sia pure per ventiquattro ore, in­nalzano l'Albero della Li­bertà (9 febbraio 1799).
Alle ingiustizie delle auto­rità e alle angherie dei prepo­tenti, nella metà del Seicento, si aggiunge un' epidemia che decimò la città: fu in quel pe­riodo, in quanto avrebbe po­sto termine al flagello della peste, che sant'Oronzo venne proclamato patrono.
La città verso la fine del Settecento subisce i primi ra­dicali cambiamenti per le riforme operate da Carlo III di Borbone che in qualche modo anticipano quel che av­verrà poi nel secolo successi­vo con il decennio francese.
Una figura significativa di questo periodo fu Alfon­so Sozy Carafa, vescovo per oltre un trentennio (1751 ­1783), che con Emanuele Ma­nieri, architetto di fiducia, cambia volto alla città e a piazza Duomo, da sempre cuore della comunità.

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La cupola della chiesa del Carmine - villa Bray in viale Lo Re

Nell'Ottocento, con la fine della feudalità e con la sop­pressione degli ordini religio­si, veri e propri potentati, molti conventi passano di mano e vengono incamerati dallo Stato: il convento dei Celestini, quello dei Gesuiti e quello dei Teatini ospiteran­no uffici pubblici sin dal 1806. Dopo il Congresso di Vienna i Borbone ritornano al potere nel Regno delle Due Sicilie e Lecce, in occasione della visita di Ferdinando I, innalza l'Obelisco (1822). Ma ormai si va verso l'unità na­zionale, una unità alla quale Lecce partecipa con il distac­co che la caratterizzerà nei confronti dei Savoia prima, del fascismo e del postfasci­smo successivamente.
Verso la fine dell'Ottocen­to con la ripresa dell' econo­mia, con i maggiori traffici, con la ricchezza che aumen­ta, la città ha bisogno di nuo­ve aree sulle quali, una bor­ghesia vivace, vuole costrui­re la propria residenza. Gli spazi disponibili sono al di fuori delle mura; è lì, lungo i cosidetti villini (viale Galli­poli e viale Lo Re) che si e­spande la città con costruzio­ni di nuova concezione archi­tettonica: giardini, a volte spaziosi, nei quali sorgono ville moresche e neo classi­che. E' il gusto del tempo. Durante il Ventennio Lecce costruisce palazzi in puro sti­le "fascista" lungo questa nuova area di espansione (Palazzo della Questura, Pa­lazzo degli Uffici Finanziari), mentre il centro storico viene sventrato con costruzioni piacentiniane che nulla han­no a che vedere con la storia urbanistica cittadina.

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 La colonna di sant'Oronzo

Fonte: CAPONE EDITORE





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Ultimo aggiornamento ( Monday 05 May 2008 )
 
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