Chi scende nel Salento attraverso la comoda superstrada che da Brindisi porta a Lecce, volendo avere subito idea del mare, della campagna e dell'arte di questa terra non ha che da svoltare per Casalabate.
Usciti dalla superstrada ci si immerge subito nel paesaggio salentino: maestosi oliveti accompagneranno il visitatore verso la località turistica di Casalabate.
Lungo i pochi chilometri per arrivare sul litorale basso e sabbioso si incontreranno, incamminandosi nelle strade interpoderali, alcune masserie mentre, proseguendo direttamente verso la marina, sulla destra, ci si imbatterà nel complesso abbaziale di Santa Maria di Cerrate: qui, nel silenzio interrotto soltanto dal cinguettìo degli uccelli, si potrà ammirare la chiesa romanica con quel che resta degli affreschi che un tempo dovevan coprire tutte le pareti, i due frantoi ipogei, il grande Museo della Civiltà Contadina, gli ambienti che ospitavano i monaci e che, prima del recupero e del restauro del complesso, erano occupati dai contadini che curavano la terra e gli animali che lì, nella chiesa e negli spazi adiacenti, trovavano ricovero.
Casalabate è la prima marina che si incontra scendendo verso San Cataldo. E' sorto da pochi anni questo centro, quasi disabitato d'inverno, come la gran parte delle località turistiche che incontreremo, affollatissimo d'estate. Da Casalabate si scende, attraverso la litoranea, verso Torre Rinalda, Torre Chianca e Frigole prima che si arrivi a San Cataldo: la costa, punteggiata da torri intorno alle quali spesso sono sorti centri balneari, alterna lunghi arenili ad una scogliera molto bassa. Anche il mare registra basse profondità e per pescare gli appassionati devono allontanarsi non poco dalla spiaggia. Lungo tutta questa fascia costiera imperversava la malaria sino ai primi decenni del secolo scorso; oggi, dopo la bonifica, parte di quelle zone paludose sono occupate da numerosi laghi costieri nei quali sfociano le acque dell'unico vero corso d'acqua che registri il Salento, quello dell'Idume. Si tratta di sorgenti di acqua dolce, acqua solo in minima parte utilizzata dall'uomo. Il paesaggio, piatto per decine e decine di chilometri, è coltivato, ma in gran parte è occupato dalla macchia, dai canneti, dal bosco. I borghi dell'entroterra (Borgo Piave, Borgo Grappa, etc.), ricordano alcuni luoghi di battaglia della prima guerra mondiale: essi sorsero durante il fascismo dopo che quelle aree furono bonificate e consegnate agli ex combattenti di quella guerra.
Bacino dell'Idume, Torre Chianca - resti del molo di Adriano e il faro di San Cataldo
A pochi chilometri da Torre Rinalda vi è il boschetto di Rauccio di oltre 10 ettari, un parco oggi ben attrezzato, fitto bosco di lecci, ma non solo, con un ricco sottobosco e a tratti una intricata vegetazione. Facendo un salto nell'area si ammirerà anche la bella masseria del Cinquecento. Continuando verso sud, superato il borgo di Frigole, si arriva, dopo pochi chilometri, a San Cataldo.
Di primo acchito la località, che è tradizionalmente la spiaggia dei leccesi anche per la vicinanza (km 11 di rettilineo), sembrerebbe di grande attrattiva. In parte lo è, ma solo da alcuni anni: dispone di un porticciolo turistico di non grandi dimensioni ma attrezzato, di spiagge ampie e curate con stabilimenti balneari ben tenuti, viali alberati e un quartiere moderno di recente impianto. Dell'antico porto costruito in epoca adrianea rimangono solo pochi ruderi quasi sommersi dalla sabbia, mentre un faro, ben visibile ai naviganti del Canale d'Otranto, affianco al quale sorgeva la torre costiera, fa da guardia ai pochissimi pescatori del posto.
Scendendo verso sud, in direzione di San Foca, sempre seguendo la litoranea, attraverso fitti boschi di pino ed alti eucalipti, si arriva in territorio di Vernole e all'oasi delle Cesine, l'oasi naturale protetta che già nel 1977, secondo la Convenzione di Ramsar, venne dichiarata "zona umida di valore internazionale". L'oasi è dal 1980 "Riserva naturale di popolamento animale" e, sotto la vigilanza del Corpo Forestale dello Stato, è gestita dal WWF. L'area è vasta 620 ettari e si estende lungo la fascia costiera per circa 6 km. All'interno vi è la omonima masseria.
L'importanza dell'oasi è dovuta alla vegetazione palustre oltre che alle specie animali che in essa vivono stabilmente. Attraverso gli appositi camminamenti si possono ammirare anche rare specie botaniche come le orchidee acquatiche, il giglio d'acqua, il falasco. Abbondante la presenza nelle zone più vicine al mare del giunco e della cannuccia di palude. Tra le specie animali il rospo, la raganella, la testuggine, la biscia d'acqua. L'oasi, oltre che per tutte queste "rarità", è importantissima per gli uccelli migratori: essa infatti è una sorta di area di sosta per cormorani, falchi, anatre, aironi e tanti altri uccelli di passo. Stupendo lo spettacolo che si presenta al visitatore per il susseguirsi di specchi d'acqua dove, a volte, polle d'acqua dolce danno vivacità agli stessi. Superata l'area delle Cesine si può proseguire verso l'interno per poi riprendere la litoranea che va verso Torre Specchia e San Foca.
la costa a San Foca
Verso l'interno una tappa obbligata è costituita da Acaia, una delle cinque piccole frazioni di Vernole, interessantissima per il castello, per le fortificazioni che con un ampio fossato chiudevano il piccolo borgo, per la struttura urbana ben definita con stradine perpendicolari tra di loro e la chiesa quasi nel mezzo del reticolo.
Il castello, oggi quasi del tutto recuperato dopo anni e anni di lavoro, fu progettato e realizzato da Gian Giacomo dell'Acaia, l'architetto militare di Carlo V, che di questo piccolissimo centro, un tempo denominato Segine, fu signore alla metà del Cinquecento. Esso sorge a sud-ovest rispetto alla città nella quale si entra dalla settecentesca "porta di Terra" sulla quale si erge la statua di sant'Oronzo. La pianta del maniero è trapezoidale, dei quattro angoli due sono occupati da torrioni circolari, uno a punta di lancia, l'angolo di sud-est, mentre il quarto angolo, quello di sud-ovest, si congiungeva alla cinta muraria. Come quest'ultima, anche il castello è circondato da un profondo fossato. Nel maniero si entra da un ingresso posto a nord-est, al piano superiore si accede da una scala scoperta attraversando l'ampio atrio interno. Numerose e ben evidenti sono le postazioni per cannoni.
Acaia, come dicevamo, fa parte del territorio di Vernole, uno dei feudi più vasti della provincia di Lecce. Da visitare le numerose masserie, molte delle quali sono tuttora attive, i frantoi (stupendo quello ipogeo nella piazza centrale di Vernole del 1576), nonché la campagna ricchissima di oliveti secolari, di segni della civiltà contadina (muri a secco, pagghiare, pozzi tagliati nella roccia tufacea, etc.). A Pisignano da vedere il menhir Materdomini.
il Castello di Acaia
Riprendiamo la litoranea e dalle Cesine, superata Torre Specchia, arriviamo a San Foca, con un'altra torre restaurata anni addietro, la prima delle marine di Melendugno. Era un borgo di pochi pescatori sino ad una quarantina di anni addietro, oggi è un popoloso centro balneare che d'estate registra la presenza di decine e decine di migliaia di turisti sia pure della provincia. San Foca, come tutta la costa melendugnese, ha lunghi arenili e una complessiva bassa scogliera. Il porto, i cui lavo ri dovrebbero essere in corso di completamento, è una grandiosa opera di ingegneria marittima e sarà sicuramente un ulteriore volano per lo sviluppo della economia locale che già ha registrato ottimi risultati in questi ultimi anni.
Proseguendo verso sud, si incontra, a non più di tre km, la località marina di Roca, un nome che evoca tanta parte della storia del Salento. Qui la costa è alta e frastagliata, ma il mare, nelle insenature che si inseguono, è davvero trasparente. Qui si fa il bagno e si naviga in mezzo a quel che è rimasto del nostro passato, un passato che con la passione del salentino e lo scrupolo dello studioso sta cercando di fare emergere Mimmo Pagliara docente presso l'Ateneo di Lecce. I primi risultati sono già arrivati dopo le numerose campagne di scavo portate avanti negli anni.
"Emerge la storia di una città - scrisse nel 1996 sul "Corriere della Sera" Arturo Carlo Quintavalle - più volte cancellata e più volte ricostruita, dall'origine antichissima, come provano le mura enormi, trenta metri di spessore, e una porta dalla soglia e dagli stipiti di pietra, il cui legno si è in parte conservato. Siamo attorno al 1600 a. C., al tempo della civiltà cretese, e infatti crateri e vasellame di quella cultura sono stati ritrovati con pezzi bronzei e armi".
Roca, le mura della città medievale, la torre cinquecentesca e uno scorcio di costa
La storia di Roca parte dall'età del bronzo e arriva sino al 1544 quando Ferrante Loffredo, governatore di Terra d'Otranto, decide di abbattere la città perché divenuta covo di briganti. I pochi cittadini rimasti si trasferirono all'interno fondando Roca Nuova dove tuttora può vedersi il rudere di un castello a due piani, una chiesetta dedicata a san Vito e una serie di costruzioni coeve.
E' una storia lunga e complessa, tutta documentata che sta lentamente venendo fuori e che di anno in anno si arricchisce di nuovi particolari. Ma è la Grotta della Poesia, sempre sul promontorio di Roca, sotto la colonna che regge la statua della Madonna, che ha dato i risultati più sorprendenti. Oggi per visitarla occorre scendere attraverso scalette metalliche giù, a livello del mare; un tempo, in quella grotta, si poteva entrare solo dal mare, il "tetto" non era ancora andato in frantumi. Là dentro, per onorare il dio Thaotor Andirahas, come lo chiamavano i messapi, entrarono migliaia di naviganti che parlavano lingue diverse e che utilizzavano alfabeti diversi. Sulle pareti della grotta ci sono migliaia di iscrizioni votive, spesso sovrapposte, in messapico, in greco, in latino: un grande libro che dà l'idea di come Roca sia stata frequentata per millenni.
A Roca si possono anche vedere i resti del castello che fece costruire Gualtiero VI di Brienne nel 1353, le fondamenta della lunga e imponente cerchia muraria messapica, resti di tombe, tracciati di abitazioni, grotte scavate nella roccia, una torre costiera, etc.
Lasciando Roca alle spalie si arriva, proseguendo sempre lungo la litoranea, a Torre dell'Orso. Dalla torre oggi restaurata, che svetta su uno dei due spuntoni che racchiudono l'ampia spiaggia della località balneare, si può ammirare l'acqua cristallina dell'insenatura, l’arenile, la pineta che racchiude tutta intera la cala. All'altro angolo della insenatura, un altro alto spuntone che scende a picco nel mare, con la Grotta di san Cristoforo dove vi sono testimonianze protostoriche, e due faraglioni, le cosidette "due sorelle", che sembrano fare da guardia a tutta l'insenatura.
Torre dell'Orso, la torre e le due sorelle
Torre dell'Orso è località ricca di luoghi di divertimento e svago, di incontri estivi; molti i villaggi, alcuni, in verità, piuttosto distanti dal mare: tutti offrono servizi di buona qualità.
Subito dopo, a non più di 3 km verso Otranto, superato il complesso di Torre Saracena, svoltando a sinistra lungo la litoranea, un'altra insenatura, piccola, ben raccolta: Sant'Andrea, l'ultima delle marine di Melendugno. Si apre tra l'alta falesia che sembra essere stata tagliata apposta per fare spazio ad una spiaggetta; a sinistra, guardando verso il mare aperto, grotte scavate nella roccia, così come a Roca e a San Foca, che dovevan servire quasi certamente ai monaci basiliani. Le stesse furono successivamente occupate dai pescatori del posto. Un faro indica la strada ai naviganti.
Abbiamo citato più spesso Melendugno nel raccontare delle sue marine. La cittadina dista dal mare poco meno di 7 km e un salto è utile farlo sia per la chiesetta di San Niceta, un tempo collegata a Casole, sia per un unicum costituito dal castello a torre dei d'Amelj: piccolo, molto elegante, con pianta a stella, con fossato e caditoie. Lungo la strada per Calimera, in aperta campagna, possono visitarsi i due dolmen il Gurgulante e il Placa.
Riprendendo la litoranea, superata la località di Sant'Andrea, la costa, alta e frastagliata, ricca di insenature e di faraglioni, è molto suggestiva.
Inizia il territorio di Otranto: la costa è sempre alta, con calette ed arenili di grande bellezza, un'acqua sempre più limpida e trasparente. La macchia mediterranea con corbezzoli, ginepri, lentischi, caprifogli, e la fitta la pineta, siamo nell'area di Frassanito e dei Laghi Alimini, la fanno da padrone: in mezzo campeggi e villaggi turistici che si possono raggiungere attraversando il bosco di pini di alto fusto.
la costa a Sant'Andrea - scorcio di una campagna salentina
VERSO OTRANTO
Per Otranto, dopo i lagh Aliminii, mancano non più di 10 km. Il paesaggio agrario è ben curato, punteggiato da case coloniche che si affacciano lungo la strada. Molte sono divenute puntivendita dei colorotissimi prodotti ortofrutticoli dei contadini del posto: melloni, angurie, fichi, fichi d'India, peperoni, verdure varie, cipolle, agli...
A sinistra della litoranea si incontrerà il Club Mediterranee e il Valtur, più avanti piccoli villaggi turistici in prossimità della costa e delle mille insenature. La "città dei martiri", come viene soprannominata Otranto per via degli Ottocento otrantini che furono decapitati sul colle della Minerva dalle scimitarre turche nel 1480, si annuncia con i ciuffi di palme che si intravedono già a qualche chilometro di distanza. Queste piante, che danno un che di orientaleggiante alla cittadina, le vedremo un po' dappertutto facendo ormai parte del paesaggio urbano; alcune sono di recente impianto, altre stanno lì da qualche secolo.
Otranto, particolari e panoramiche della cittadina
OTRANTO
Otranto è città che affonda la sua origine in età preistorica. Posta sulla punta estrema della penisola a circa 70 km dalla costa albanese, è stata frequentata sin dalla preistoria ed è stata per secoli cittadina-cerniera con l'Oriente. Il suo porto ha visto arrivare i primi greci che fuggivano dalla madre patria, gli eserciti bizantini che difendevano quella che consideravano loro terra, i monaci orientali che fuggivano alle persecuzioni iconoclaste, i turchi che la volevano invadere, gli esuli che scappando dalla miseria pensavano e pensano alla nostra terra come a Lamerika di Gianni Amelio. Dal suo porto le legioni romane partirono alla conquista dell'Oriente, i Crociati alla conquista della città santa di Gerusalemme. Gli scambi tra Oriente ed Occidente non potevano non passare che dal porto di Otranto e non erano solo scambi commerciali, ma scambi di culture, di modi di vita, di modi di pensare. Di questa cittadina hanno scritto sin dall'antichità classica.
Chi arriva ad Otranto ha già con sé, nella propria mente, il mito di una città antichissima. E in questo senso la "città dei martiri" non delude. Nonostante i millenni, molto è rimasto e sta tutto lì per farsi ammirare.
Otranto, la Cattedrale con la cappella dei Martiri e il mosaico della navata centrale
"Posso chiedere che cosa fin d'ora ha chiamata la loro prima attenzione in Otranto?", domanda a due turiste un tabaccaio otrantino, personaggio inventato da Riccardo Bacchelli nel suo L'Afrodite, un romanzo d'amore (Milano, Mondadori, 1969).
- Il silenzio, - risposero insieme.
- Già, il silenzio, rispose il tabaccaio pensoso.
- Il silenzio, una cosa grande - disse Imelde, una delle due turiste - e misteriosa.
- Il mistero si spiega col fatto che qui la storia è presente ed esanime. Storia che fu ricca e antica, antichissima, preistorica, dicono le pietre e le ossa lavorate e le pareti della grotta Romanelli; e poi, Otranto fu messapica e cretese e greca e romana e bizantina, sempre cospicuo emporio mercantile, gran porto d'imbarco al tenpo delle crociate: infine, i turchi, i turchi di Maometto II, il gran Sultano: anno 1480, mese d'agosto, giorni 11 e 14, vigilia dell'Assunzione di Maria: il martirio. E la storia si è fermata, non è assente, ma tace e non ha moto..."
Fu proprio nel mese di agosto del 1480 che Otranto subì uno di quegli attacchi che le cambiarono la storia. Achmet Pascià, partito dalla dirimpettaia Valona con qualche centinaio di navi, approda nella vicina Frassanito, poi si sposta, circonda per mare e per terra la città, intima la resa e, al rifiuto di arrendersi posto agli otrantini asserragliati entro le mura, sferra l'attacco: pesanti proiettili di pietra dura arrivano dal cielo sulla città, sulle case, sulle strette stradine, sulle mura e sui torrioni: era l'annuncio dell'attacco. Nel giro di un paio di settimane (dal 29 luglio al 13 agosto) i turchi prima assediano, poi espugnano il borgo e lo mettono a sacco e fuoco.
Ottocento otrantini, che rinunciano a convertirsi all'Islam gridando la loro fede cristiana, furono decapitati sul Colle della Minerva là dove oggi sorge la chiesa di san Francesco di Paola. Sarà Alfonso d'Aragona, che in quegli anni era in Toscana, il quale, chiamato dal padre Ferdinando, organizza un esercito che, partendo da Roca, dopo varie scaramucce, libererà Otranto dai turchi: era l'8 settembre del 1481. La libererà in modo incruento in quanto i turchi, con la morte di Maometto II detto il Fatih, non dimostrano, al momento, grandi interessi verso la città.
Otranto, la torre alfonsina e i poderosi bastioni delle mura